I nizioleti (Parte I)

I nizioleti, che parola strana. Ma cosa sono? Li troviamo ovunque, basta sollevare appena il capo per trovarne uno e leggerne il contenuto. I nomi delle località sono infatti scritti direttamente sui muri, su una campita bianca, in calce. Ecco, il perché del termine nizioleto, ossia “piccolo lenzuolo”. I toponimi che identificano le calli richiamano i santi titolari della chiesa di quella parrocchia, le famiglie nobili, o i punti di riferimento quotidiani, come “forno”, “traghetto”, “magazen“, etc.

Il noto giornalista Piero Zanotto pubblicò ben quattro volumi dedicati ai nizioleti. Piero, scomparso ahimè nel 2016, conservava un grosso pacco di fotografie in bianco e nero di tutti i nizioleti di Venezia. Gli servirono per i volumi sopracitati “I Nizioleti” redatti in formato grafico con la collaborazione del disegnatore milanese Paolo Piffarerio. I fumetti raccontano le curiosità, gli aneddoti e la storia legati alla toponomastica che identifica le calli veneziane.

In questo articolo ne presenterò solo alcuni, poiché i nizioleti sono tanti e molti degni di nota. Arriveranno articoli successivi a presentarne degli altri.

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RIVA DI BIASIO

Biasio era un luganegher (salumiere) vissuto nel secolo del ‘500. Era noto in tutta Venezia per la sua specialità, lo sguazzetto. Un giorno, un carpentiere dell’Arsenale, mentre consumava lo sguazzetto preparato da Biasio, si ritrovò in bocca il dito di un bambino. Coincidenza, in quell’anno, il 1520, erano scomparsi già tre bambini. Biasio venne convocato dall’Inquisitore della Repubblica e in quello stesso anno venne giustiziato per aver ucciso dei bambini con i quali, si dice, preparasse il suo sguazzetto.

PONTE DE LE TETTE

Una denominazione assai curiosa per un ponte ed una fondamenta, non trovate? Alle spalle c’è una storia che di primo acchito vi lascerà perplessi. Verso la fine del quattrocento, un bellimbusto andò a fare una serenata sotto una terrazza. La nobildonna uscì ad ascoltare l’uomo ma il marito la riportò dentro usando la forza e dandole della svergognata. Non contento, scese per rimproverare l’ometto che continuava a suonare esortandolo ad andarsene e lasciare in pace la moglie. Ma l’uomo lasciò di stucco il marito infuriato, dichiarando che era lì per lui e non per la donna.

Cosa c’entrano le tette in tutta questa storia? Ebbene, il governo notò che l’omosessualità stava dilagando, perciò corse ai ripari dando disposizioni alle meretrici di esibire il loro décolleté.

RIO TERA’ DE LE CARAMPANE

In un articolo vi ho raccontato dei canali interni di Venezia e di cosa sia un Rio Terà. Questo Rio Terà ha visto, sulla fine del quattrocento, un gran via vai di particolari “signore”. Delle meretrici di una certa età, non più giovani. L’episodio che meglio identifica questa strana denominazione riguarda una casa da gioco, in cui le prostitute facevano da portafortuna agli uomini che giocavano.

Le chiamavano “mascherine” perché il loro volto era sempre coperto da tipiche maschere veneziane. Una sera, a seguito di una fortunata vincita, un giocatore veneziano donò un ducato alla “mascherina” che lo spalleggiava. Una sorta di pappone dell’epoca insistette con il fortunato vincitore affinché preferisse la compagnia di una sua “mascherina” definendola più bella ed attraente della “mascherina” che fino a quel momento aveva portato fortuna al giocatore. Quest’ultimo si stancò di quelle insistenze e sbottò affermando che la sua “mascherina” era molto più bella e le tolse la maschera per dimostrarlo. Ma la sola parola che uscì fu “carampana”! Si trattava, infatti, di una donnaccia di una certa età.

PONTE DEI SQUARTAI

Squartai… brrrr! La storia a riguardo è davvero raccapricciante. Eppure, la Serenissima faceva le cose in grande anche nell’ambito della giustizia. In questo luogo si esponevano le membra squartate dei malfattori giustiziati. Un ammonimento, in sostanza. Fin dai primi anni della Repubblica, ogni autore di truci delitti subiva la stessa sorte, trascinato in questo modo dinnanzi la Quarantia Criminale: gli si amputavano le mani, poi lo si consegnava al boia che lo decapitava ed, infine, i suoi quarti venivano esposti alla folla. Questo particolare luogo era un vero palcoscenico!

RIVA DEGLI SCHIAVONI

Non fatevi ingannare dal nome, Schiavoni non deriva certamente da schiavismo, bensì da Slavonia o Schiavonia, ossia la Dalmazia. Fin dal nono secolo, i dalmati attraccavano con le loro barche presso la riva che, all’epoca, era una fascia stretta tra il ponte della Paglia e quello di Ca’ di Dio.

I dalmati portavano “bojane”, “castratine” e la “rascia”, una lana tessuta che diede il nome alla vicina Calle delle Rasse”. Solitamente veniva utilizzata per tappezzare le gondole.

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