Il Canal Grande

Il Canal Grande è considerato da secoli la più bella via del mondo. Ma un tempo altro non era che un tortuoso, torbido e fangoso canale salmastro, serpeggiante sul vecchio alveo di un fiumiciattolo che, entrando in laguna dalla terraferma, divideva ad S due vaste distese di acquitrini, di barene, di ortaglie abitate da famiglie solitarie di coltivatori e pescatori. Il governo della repubblica popolare dei Veneti, fuggiti alle invasioni barbariche sulle isole della laguna e sui lidi che la separavano dal mare, si trasferì, per misura di sicurezza consigliata, sui terreni sopraelevati detti di Rivoalto.

Foto aerea
Il Canal Grande, una S che divide la città

Quel trasferimento, avvenuto con ogni probabilità all’alba del IX secolo, segnò l’inizio di un’opera incessante di bonifica e d’inurbamento, che intorno al Mille aveva raggiunto già proporzioni cospicue; lungo le sponde del largo canale, le banchine, i depositi, i fondachi, i mercati si moltiplicarono rapidamente. Dapprima in pittoresco disordine, poi con una regola sempre più rigorosa e con spazi retrostanti sempre meglio delimitati.

Il Canal Grande rappresenta le due anime dei veneziani: splendido corso fiancheggiato da ricchi palazzi ed al tempo stesso porto globale su cui si affacciavano magazzini, fondachi e mercati.

Quando questi spazi furono coperti, le costruzioni commerciali mossero alla conquista delle rive più lontane scendendo verso la laguna di San Marco, e risalendo, dall’altra parte, incontro alla terraferma.

I fondachi assolsero ben presto alle funzioni di depositi al pian terreno, di abitazioni confortevoli e capaci ai piani superiori. Nacquero così, secondo un razionalismo ispirato già dall’arte, i primi palazzi marmorei e, in gara con quelli, fino al XIV secolo gli altri, negli stili romanico bizantino e archiacuto. Ma già al morire del ‘300 le esigenze dei traffici e del viver sociale, conseguenti alla conquistata opulenza, alla potenza marittima, al fasto delle famiglie arricchite, imponendo necessità nuove di decoro cittadino, favorirono quella radicale trasformazione per cui gli scopi edonistici si sostituirono alle finalità mercantili delle costruzioni sul Canal Grande.

Difatti, soprattutto dal Rinascimento in poi, erano frequentissimi i rifacimenti per seguire la moda architettonica: nel Seicento, ad esempio, un palazzo gotico era considerato “vecchio” .

Quando l’ostentata ricchezza subiva i rovesci della fortuna, non era così insolito che un palazzo venisse iniziato da una famiglia per essere poi completato da un’altra, talvolta in stile diverso. Frequente era anche il passaggio per matrimonio da una famiglia ad un’altra, così come il passaggio per vendita e l’affitto ad altre famiglie patrizie. Quasi tutte queste alternanze sono oggi rintracciabili nelle denominazioni “plurifamiliari” dei palazzi.

La Ca' d'Oro
Ca’ Contarini, meglio conosciuta come Ca’ d’Oro, la cui facciata, un tempo, si presentava dipinta e indorata (Foto: archivio personale)

Nessuna traccia sopravvive dei primissimi tempi del Canal Grande; pochi resti angusti incorporati in edifici largamente rifatti, come la Ca’ da Mosto, l’Abbazia di San Gregorio, il palazzo poi denominato Minotto, il palazzo Donà alla Madonetta, il palazzo Businello, il palazzo Farsetti (Municipio) aiutano ad evocare od immaginare aspetti lontani pertinenti al XII ed al XIII secolo, cioè all’epoca delle Crociate, quando i pellegrini che si recavano in Terra Santa o ne tornavano, spendevano per il mondo la fama di una città che, dicevano, fondata sull’acqua, aveva per tetto il cielo e come muri il mistero dei canali.

Lo slideshow rappresenta alcuni disegni della riproduzione acquerellata della preziosa edizione ottocentesca dello scrittore Antonio Quadri e dell’incisore Dioniosio Moretti. Si tratta di 47 tavole in rame che mostrano più di 170 bellissimi palazzi costruiti sulle due rive del Canal Grande.
Se sei intenzionato ad acquistarlo Canal Grande e piazza San Marco. Ediz. illustrata

Il cambio di destinazione dei palazzi

Dopo la caduta della Repubblica, alcuni palazzi avevano cambiato il loro utilizzo divenendo tessiture, falegnamerie, depositi, caserme, stamperie, case popolari e, nel migliore dei casi, condomini. Alcuni erano crollati, molti erano ancora in piedi ma spogliati di affreschi e particolari architettonici che oggi arricchiscono musei in tutto il mondo. Tanti erano diventati alberghi, fatto che ancor oggi continua e, molto probabilmente, la trasformazione in strutture alberghiere di lusso ha salvato i palazzi dallo sfacelo, dalla potenziale devastazione derivante da anni di abbandono o dall’affidamento ad uffici pubblici che ne hanno sepolto l’identità intonacando affreschi e verniciando pareti e soffitti. Ad ogni modo, si può parlare di una sorta di tradizione portata avanti nel tempo, giacché già dal Seicento sorgevano alberghi sul Canal Grande, con clienti di altissimo livello, tra re, principi e ambasciatori.

Nonostante qualcuno abbia additato il Canal Grande come covo esclusivo della ricca aristocrazia, la realtà si è sempre dimostrata ben diversa. Il popolo, infatti, è sempre stato presente sul Canal Grande: nei traghetti, al mercato di Rialto, sulla Riva del Vin, del Carbon, dell’Ogio, nei barconi.

Il Canalazzo rappresenta un’arteria che continua a pulsare ancora dopo più di mille anni dalla creazione di Venezia con ritmo mutevole e frenetico.

Anche le polemiche sul traffico non sono poi così attuali: già nel 1551 il Savio Nicolò Zen propone un piano per limitare l’intasamento e i “parcheggi” in tripla fila a Rialto. Insomma, una realtà che oggi conosciamo molto bene, visto il gran traffico di gondole, taxi, barche da trasporto e vaporetti, quest’ultimi in costante aumento a seguito della crescente domanda dettata da un turismo di massa vorticoso.

Almeno prima che il covid-19 la facesse piombare nella solitudine e nell’isolamento.

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